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La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà Stampa E-mail
Matteo Schianchi
La terza nazione del mondo.
I disabili tra pregiudizio e realtà

Se il 2008 è stato l’anno di Oscar Pistorius ci piacerebbe che il 2009 fosse quello di Matteo Schianchi, nuotatore della nazionale di sport disabili, storico e autore del libro La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà,  p. 174, Euro 14,00 (Ordina da IBS Italia).

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Speriamo che questo saggio, privo di retorica e tanto meno di ogni al­lusione pietistica, faccia presto il suo debutto tra i banchi di scuola, adottato dal maggior numero di in­segnanti illuminati per poter final­mente aprire una nuova prospetti­va culturale in merito alla tematica dell’handicap, oltre che una nuova mappa geografica, sicuramente i­gnota ai più.
Perché quando parlia­mo di disabili d’ora in poi Schian­chi ci invita a tener presente l’esi­stenza di un’entità sovranazionale, una “popolazione” non sempre ri­conosciuta, ma stimata dalle Na­zione Unite nell’ordine dei 650 mi­lioni di cittadini. Dopo la Cina e l’India, appunto la «terza nazione del mondo». Tanti sarebbero i disa­bili (a seguito di malattie o malfor­mazioni congenite, eventi trauma­tici e menomazioni di ordine fisico e psicologico acquisite) nel mondo: 3 milioni in Italia (oltre 40mila nuo­vi casi ogni anno) che raddoppiano e salgono a 6 milioni (la se­conda regione dopo la Lombardia) comprenden­do coloro che hanno delle forme di “invalidità lievi”.

Un popolo quello dei disa­bili nazionali che arriva a toccare i 10 milioni se si considera il coinvolgimen­to diretto e indiretto delle famiglie, degli amici e degli operatori di settore che si rendono disponibili in favore dei soggetti invalidi. Numeri pesanti, che potrebbero indurre ad accre­scere il tasso già fin troppo elevato di «stigmatizzazione» da parte del­l’universo normodotato che non ha ancora imparato a posare il suo sguardo in maniera lieve, naturale e soprattutto costruttiva nei con­fronti dei disabili. Per eliminare u­na volta per tutte gli steccati del­l’invasiva discriminazione e toglie­re di mezzo quelle nocive barriere che sono di ordine mentale, prima che architettonico, occorre secon­do Schianchi pensare a una nuova cultura e a quello che in maniera cristallina propone come «pro­gramma minimo».

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Un manifesto e­sistenziale che da questo momento va sottoposto e mandato a memo­ria da tutto l’apparato istituzionale, pregandolo di passare in rapida se­quenza dalla teoretica schianchia­na alla praxis sociale. Un program­ma in cui serve un’attività di pre­venzione «per diminuire le fonti dell’handicap». Questa passa per u­na politica non più assistenzialista, ma che «deve mettere al centro i soggetti e le loro relazioni».

Un ruo­lo sempre più importante per i di­sabili nel superamento dei limiti fi­sici è delegato alla tecnologia che va dalle protesi alle macchine sem­pre più sofisticate, fino al grande apporto che offre la Rete, anche se ancora «solo il 20%» dei soggetti u­tilizza questa grande finestra sul mondo che è Internet.
Quei disabili che sono già informatizzati Schian­chi li invita però a farsi parte attiva: le protesi e quei sensori da cyber­man vanno modellati al corpo del disabile il quale deve «cercare un e­quilibrio che da esterno diventa sempre più interno alla sua sogget­tività ». Un soggetto che deve elabo­rare la gestione del suo handicap a livello psicologico e saper costruire quei «saperi scientifici e quei lin­guaggi » che vanno a costituire la nuova cultura dell’handicap. Ma per attuare questo programma, che è “minimo” solo nell’essenzialità dei suoi punti, ma che sarebbe di “massima” utilità sociale nella sua completa e straordinaria applica­zione, è necessario rimettersi al na­stro di partenza.

Il via va riposizio­nato sul nuovo sguardo verso l’handicap. Uno sguardo che non sia come al solito filtrato dall’inuti­le e offensiva pietas o da un esteti­smo edulcorato alla Mishima che vedeva «i minorati fisici più avve­nenti delle belle donne». Serve uno sguardo sincero e ripartire da uno degli innumerevoli spunti di que­sto manuale del pensiero forte, ov­vero dalla cancellazione del più bieco dei pregiudizi come quello di quando ci capita di vedere una coppia “mista”, in questo caso com­posta da un partner normodotato e un disabile, e in un istante si passa dalla fantastica proiezione della fa­vola de «la bella e la bestia», alla meschina considerazione: «Ma quei due si ameranno davvero?».

Alzare lo sguardo mantenendoci ancorati a un reale in cui si cominci a ragionare sul dato di fatto che «il disabile non è in perfetta salute, ma non è neanche malato». C’è una popolazione disabile, ma non una striscia di Gaza con i tanti «lager» costruiti dalla banalità di un male­­interpretato di fonte per lo più “abi­le”. Chi l’avesse scordato esiste an­cora solo un unico grande popolo che è quello dell’umanità tutta, dalla quale però l’autore giusta­mente non esenta dalle responsa­bilità di autoemarginazione gli stessi disabili, con le loro paure di uscire allo scoperto, le frustrazioni e gli annessi sensi di colpa soggetti­vi e famigliari. «Solo quando anche i disabili avranno cominciato dav­vero a considerare se stessi come pienamente umani, potranno reci­tare un ruolo attivo nella propria integrazione».

Per farli sentire pie­namente integrati però non occor­re metterli sempre in pasto al pub­blico e presentarli come dei model­li eroici, anche se la tendenza è quella degenerata di disegnare dei super-disabili sui quali si accentra­no tutte le luci dei riflettori, lascian­do inevitabilmente nell’ombra più stigmatizzata quella moltitudine di persone con handicap analoghi.

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È indubbio che il messaggio dirom­pente di Oscar Pistorius ha aperto un fronte. Con quella corsa da gaz­zella sudafricana, grazie alla sua forza fisica e alla tenacia prima del del supporto delle protesi al carbo­nio al posto delle gambe, Pistorius è ormai il portabandiera della «ter­za nazione» che è riuscito a far sfi­lare nello sport dei normodotati. Non aveva i tempi necessari per la gara dei 400 a Pechino 2008, ma a­vrebbe potuto ottenere una wild card che invece ha rifiutato prefe­rendo il confronto con gli atleti di­sabili nelle Paralimpiadi (protago­nista assoluto con 3 ori). Denomi­nazione di Giochi speciali certo, ma in cui il suffisso «Para» deriva dal greco “ parà” e non sta per paraple­gico, ma per «vicino o affine» alle Olimpiadi. È stato a un millimetro da quelle Olimpiadi Pistorius, ma per Schianchi si è trattata di un’oc­casione mancata: «La sua parteci­pazione sarebbe stata un momento di condivisione e integrazione tra normalità e disabilità anche se solo per poco più di quaranta secondi».

Il nuovo sguardo lanciato però vol­ge verso il futuro. La sfida per la conquista della nuova cultura della disabilità comincia proprio dalla prossima corsa di Pistorius. La spe­ranza ha fissato il suo appunta­mento a Londra 2012. Per l’autore deve cambiare lo «sguardo», esterno e interno, sui soggetti coinvolti. Senza retorica e pietismi: un testo da far leggere nelle scuole.

Di Massimo Castellani - Tratto da Avvenire del 14 gennaio 2008 

 

La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà, Matteo Schiachi, p. 174, Euro 14,00 Ordina da IBS Italia

 

 
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lunedì 06 settembre 2010