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MISSIONE TRA GLI INDIGENI
In uno dei miei articoli precedenti,
comunicavo che noi, Missionari della Consolata in Colombia, abbiamo
come tre fronti di lavoro specificamente missionario: con i contadini
del Caquetà, i negri della Costa atlantica (di cui già
vi ho parlato) e gli indigeni. Abbiamo celebrato qualche domenica fa
la Giornata Mondiale delle Missioni, voglio perciò farvi
conoscere qualcosa della nostra attività con gli indigeni
Paez, che sono discendenti degli antichi Incas.

Famiglia
indìgena
In Colombia vivono ben 87 gruppi
indigeni, disseminati per tutto il territorio nazionale, ma che non
superano, secondo le statistiche, mezzo milione di persone (appena il
3,28% dell'intera popolazione colombiana). Il grupo Paez è
il più numeroso: si calcola che siano circa 110.000. Gli
indigeni, dimenticati per secoli sia dallo Stato che mai li ha tenuti
in conto e li ha rilegati nei loro territori, le famose riserve,
hanno vissuto la loro vita sempre ai margini, era quasi loro
"proibito" mescolarsi con i bianchi o i meticci che li guardavano
con sospetto. Ma anche la Chiesa li ha tenuti lontano dovuto al fatto
che molti benefici ricevuti dalla Chiesa al tempo della colonia,
erano proprietà degli indigeni. Ignorati quindi per tanto
tempo essi hanno continuato con le loro tradizioni e anche con la
loro religione, per lo più una mescolanza tra cristianesimo,
dato che molti erano stati battezzati, a volte con la forza, e
tradizioni religiose proprie della loro cultura.
E' stata la nuova Costituzione nel
1991 che ha riscoperto la presenza di queste persone, che in fondo
sono i legittimi abitanti di queste terre, perché gli altri
sono discendenti degli Spagnoli, che li hanno conquistati con la
forza e con tanta violenza, occupando le loro terre, depredando i
loro tesori e decimandoli. Così pure i negri sono arrivati
fin qui, trasportati come schiavi degli Spagnoli, per attendere alle
loro fattorie e per sfruttare le miniere d'oro.
Anche la Chiesa, nei suoi
ultimi documenti, da spazio e attenzione alla realtà delle
minoranze etniche: indigeni, afroamericani, meticci, ecc. L'ultimo
documento dell'Episcopato latinoamericano dello scorso anno, che si
è riunito in Aparecida (Brasile), dice: "La ricchezza e la
diversità dei popoli dell'America Latina e del Caribe, è
evidente. Nel nostro Continente esistono diverse culture indigene,
afroamericane, meticce, contadine, urbane e suburbane. Le culture
indigene si caratterizzano soprattutto per un attaccamento profondo
alla terra e per la loro vita comunitaria e per una certa ricerca di
Dio". E dopo aver riconosciuto che per la loro differenza sono
disprezzati e disconosciuti, e per questo motivo, vivono una
situazione di emarginazione e povertà, la Chiesa si impegna ad
accompagnarli nella lotta per la conquista dei legittimi diritti.
Gli indigeni, a seguito di questo
riconoscimento, stanno cercando di ritrovare la propria cultura e la
propria identità, così come recuperare la propia
autonomia, le proprie terre e i propri sistemi di vita e di governo.
Certamente non è facile questo processo; gli ostacoli e le
difficoltà sono molti che impediscono una piena
identificazione con le proprie radici. I cambi culturali sofferti
lungo i secoli, l'influsso della società nazionale con i
suoi valori ed antivalori, con i suoi modelli di vita che illudono
soprattutto i giovani, l'influsso della modernità, lo stesso
narcotraffico e la guerriglia. Tutte difficoltà che minano la
stabilità indigena e che quindi dovranno affrontare con molta
determinazione.
Anche il futuro degli indigeni è
in discussione, fra quelli che vorrebbero spingere perchè
ritrovino la loro identità culturale, quasi come a ritornare
ad un passato che difficilmente si potrà recuperare e coloro
che preferiscono una inserzione graduale e cosciente in una modernità
dalla quale non ci si può tirare indietro.
Madre
indìgena con bambino
E' in questo non facile contesto che
i Missionari della Consolata hanno accettato, circa 24 anni fa, di
accompagnare il proceso degli indigeni Paez, il gruppo più
numeroso di Colombia, ricevendo l'eredità di un lavoro
cominciato dal primo sacerdote indigeno, P. Alvaro Ulcuè, che
fu assassinato il 10 novembre 1984, che apparteneva a questo stesso
gruppo. Egli, presagendo questa sua morte violenta, il 29 agosto,
festa del martirio di San Giovanni Battista, appena due mesi prima
aveva detto nell'omelia: "Ogni profeta, come il nostro patrono,
muore assassinato". Il motivo della sua morte non si è mai
saputo, e neppure si sono scoperti gli autori, pare fossero stati due
poliziotti, però certamente il suo modo di parlare, la difesa
dei diritti della sua gente fra cui il recupero delle terre,
certamente non piacevano a qualche "potente" del luogo e la cosa
più facile era eliminare quella voce scomoda, pensando forse
che con la sua morte gli indigeni avrebbero rinunciato alla loro
lotta.
I Missionari della Consolata hanno
subito accettato l'invito di continuare il lavoro del P. Alvaro,
considerandolo un lavoro missionario di prima linea. La morte del P.
Alvaro, invece di intimidire gli indigeni come forse alcuni
pensavano, li ha resi ancor più forti e decisi nei loro
propositi. Al grido "Alvaro vive", hanno continuato il cammino
cominciato con il loro leader, P. Alvaro, e con l'accompagnamento
dei missionari, che fin dall'inizio hanno cercato di identificarsi,
con il loro progetto, come logico, ostacolato dai potenti perché
contrario ai loro interessi, mal visto dallo stesso governo e
guardato con certo sospetto dalla stessa Chiesa. Cosa che ha
presentato non poche difficoltà anche ai missionari e in certe
occasioni anch'essi sono stati vittime di minacce e accuse. Non si
sono fatti intimorire e lì continuano con questo popolo dando
consolazione e infondendo speranza.
Fin dall'inzio i missionari hanno
creduto nelle grandi potenzialità degli indigeni, soprattutto
hanno creduto nell'importanza dell'educazione per rafforzare
l'identità del popolo Paez ed evitare che la gente andasse
disperdendosi, soprattutto i giovani, cercando altrove uno sfogo o la
fortuna. Con aiuti internazionali si è cominciata un'opera
grandiosa: un centro di formazione con la possibilità di fare
varie esperienze nel campo agricolo, migliorando così
l'alimentazione e i prodotti per il mercato. Da qualche anno questo
centro è diventato anche università.
I missionari hanno creduto che era
importante, non solo ricuperare molte tradizioni che si erano perse
nel tempo, ma la stessa lingua propria, che già nè i
giovani nè i bambini e neppure molti adulti parlavano più.
Si è cominciato così a riprendere la lingua "Nasa
Yuve" nelle scuole. I bambini incominciarono a impararla e parlarla
con entusiasmo. Ricordo che un giorno stavo in Chiesa, aspettando di
celebrare la Messa, mi si avvicinò una bambina sugli otto o
nove anni e mi disse: "Tu sai parlare in Nasa Yuve?". Le risposi
di no. E lei con molto orgoglio: "Noi adesso la stiamo imparando".
Mi ha dato molta allegria, vedendo quella bambina orgogliosa della
sua razza.
Uno dei propblemi più grandi di
questo popolo indigeno è la terra. La terra per l'indigeno è
tutto, anzi la chiamano "mamma" ("Pacha mama"), perchè
da lei viene la vita. Le 110.000 persone che formano il popolo Paez
vivono in un territorio di 193.370 ettari, di cui solo il 18% è
coltivabile, per cui ogni famiglia ha a disposizione meno di un
ettaro. E' per questo che da anni stanno reclamando la terra e
nonostante le promesse del governo, ancora non hanno ottenuto nulla,
perché i terratenenti fanno pressione sul governo che non
riesce a prendere nessuna decisione. Proprio in questa settimana,
più di 30.000 indigeni sono in marcia verso Bogotà per
chiedere che il governo mantenga la parola e rispetti i loro
diritti..
Al problema della terra è legato
quello dei giovani e la disoccupazione. Ogni anno sono circa 300 i
giovani che finiscono gli studi secondari e non trovano lavoro nel
luogo. L'unica possibilità sarebbe arruolarsi con la
guerriglia, presente nel loro territorio, e in tal senso ricevono
proposte allettanti, e rischiano costantemente di essere reclutati,
ma da alcuni anni in qua gli indigeni hanno deciso di restare ai
margini del conflitto armato colombiano. Alcuni azzardano di cercare
lavoro altrove, però si incontrano con molti problemi di
integrazione. Attaccati come sono alla loro terra, non resistono a
lungo fuori del proprio territorio e ritornano per aumentare il
numero dei disoccupati, perchè non c'è terra per
tutti.
A questi problemi se ne aggiunge un
altro, ma che forse è il più importante: l'identità
culturale degli indigeni è messa a dura prova dall'impatto
della società moderna o postmoderna, come già si
chiama, per i processi tecnologici e per i mezzi di comunicazione.
Anche gli indigeni sono attratti dalla modernità, però
assumerla vuol dire perdere la propria identità culturale che
li ha distinti per millenni, vuol dire sparire poco a poco come
popolo. Di qui un conflitto durissimo: tra tradizione e modernità.
Come fare per creare una nuova coscienza india a dimensione
planetaria? Per il momento non c'è risposta e chissà
se ci sarà mai. O forse il mondo si darà conto quanto
gli indigeni saranno scomparsi definitivamente.

Indigeni
nel tetto del bus con mercato
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