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Il Ponte
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Missione tra gli indigeni |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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sabato 15 novembre 2008 |
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MISSIONE TRA GLI INDIGENI
In uno dei miei articoli precedenti,
comunicavo che noi, Missionari della Consolata in Colombia, abbiamo
come tre fronti di lavoro specificamente missionario: con i contadini
del Caquetà, i negri della Costa atlantica (di cui già
vi ho parlato) e gli indigeni. Abbiamo celebrato qualche domenica fa
la Giornata Mondiale delle Missioni, voglio perciò farvi
conoscere qualcosa della nostra attività con gli indigeni
Paez, che sono discendenti degli antichi Incas.

Famiglia
indìgena
In Colombia vivono ben 87 gruppi
indigeni, disseminati per tutto il territorio nazionale, ma che non
superano, secondo le statistiche, mezzo milione di persone (appena il
3,28% dell'intera popolazione colombiana). Il grupo Paez è
il più numeroso: si calcola che siano circa 110.000. Gli
indigeni, dimenticati per secoli sia dallo Stato che mai li ha tenuti
in conto e li ha rilegati nei loro territori, le famose riserve,
hanno vissuto la loro vita sempre ai margini, era quasi loro
"proibito" mescolarsi con i bianchi o i meticci che li guardavano
con sospetto. Ma anche la Chiesa li ha tenuti lontano dovuto al fatto
che molti benefici ricevuti dalla Chiesa al tempo della colonia,
erano proprietà degli indigeni. Ignorati quindi per tanto
tempo essi hanno continuato con le loro tradizioni e anche con la
loro religione, per lo più una mescolanza tra cristianesimo,
dato che molti erano stati battezzati, a volte con la forza, e
tradizioni religiose proprie della loro cultura.
E' stata la nuova Costituzione nel
1991 che ha riscoperto la presenza di queste persone, che in fondo
sono i legittimi abitanti di queste terre, perché gli altri
sono discendenti degli Spagnoli, che li hanno conquistati con la
forza e con tanta violenza, occupando le loro terre, depredando i
loro tesori e decimandoli. Così pure i negri sono arrivati
fin qui, trasportati come schiavi degli Spagnoli, per attendere alle
loro fattorie e per sfruttare le miniere d'oro.
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E ora che viene? |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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lunedì 21 luglio 2008 |
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E ORA CHE VIENE?
Da alcuni mesi in qua in Colombia si sono succeduti avvenimenti trascendentali, pieni di emozioni, che riaccendono ogni volta nuova speranza. Prima di tutti il controverso attacco dell'esercito colombiano contro un accampamento delle FARC in terra equatoriana dove ha trovato la morte “Raùl Reyes”, il numero due del Segretariato di quell'organizzazione guerrigliera. Il fatto, come sisa, ha creato a suo tempo molta tensione in America Latina., soprattutto con i due paesi più vicini: Venezuela ed Ecuador. Quest’ultimo non vuole ancora saperne nulla di riallacciare le relazioni diplomatiche con Colombia, interrotte in quell’occasione. Anzi, solo qualche giorno fa il proprio Presidente Correa ha dichiarato che “non sarà possibile finché Uribe sarà al potere”.
 liberazione di Ingrid Betancourt
Più tardi si è conosciuta la morte violenta, a mano dei suoi stessi compagni, di un importante comandante, di nome Juan Rios (Io l'avevo conosciuto nel2000 nella zona di distensione in San Vicente del Caguàn). Alcuni giorni dopo c’è stata la resa volontaria di un’altra comandante, una certa “Karina”, considerata tra le guerrigliere più ciniche e violente, autrice di molti massacri. Secondo la sua dichiarazione al momento di presentarsi all’esercito, la sua resa era dovuta a molti motivi, fra cui l’isolamento e la fame. A pochi giorni è arrivata la notizia della morte di Manuel Marulanda, il famoso “Tirofijo”, il capo storico dell’organizzazione delle FARC. Come se questo non bastasse, è giunta, inattesa, la liberazione di Ingrid Betancourt e di altri 14 sequestrati, con un’operazione militare, definita da tutti “impeccabile”, anche se qualcuno ha cercato di insinuare dei dubbi, affermando che il governo avrebbe pagato un forte riscatto. Notizia che è stata smentita dalle stesse FARC.
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La Tragedia dei bambini "Guerriglieri" |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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lunedì 19 maggio 2008 |
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LA TRAGEDIA DEI BAMBINI “GUERRIGLIERI”
Qualche tempo fa ho letto un articolo sui “bambini soldato”, e se ricordo bene, si parlava di 700.000 bambini in divisa nel mondo. Anche Colombia da un contributo significativo, mettendosi al quarto posto nella graduatoria mondiale. Anche se è difficile sapere il numero esatto, si calcolano dagli 11 ai 15 mila tra bambini e bambine, arruolati nei distinti gruppi armati illegali: un vero esercito. In questi giorni è apparso un'informativa molto approfondito e completo del Comitato internazionale dei Diritti Umani che fa il punto sulla situazione dei “bambini, bambine e adolescenti nel conflitto colombiano” a partire dalle testimonianze di alcuni bambini ex guerriglieri. I due dossier mi hanno fatto rivivere dei ricordi e pensare alla tragedia che molti bambini vivono fin dai primi anni della loro esistenza.

Bambino guerrigliero con il fratellino in visita alla sua famiglia. E’ già stato ucciso in un combattimento con l’esericto.
Ricordo che ero rimasto profondamente colpito quando il lunedì di Pasqua del 2000, nei pressi di San Vicente del Caguàn, nel mezzo del famoso “despegue” (zona franca) per i dialoghi di pace fra Governo e FARC, poi miserabilmente terminati con un nulla di fatto, si concentrarono più di 5.000 guerriglieri per dichiararsi ufficialmente “Movimento Bolivariano”. Passando in quei giorni vicino al loro accampamento mi ha impressionato vedere tantissimi adolescenti e molti bambini, ai quali non si poteva dare più di 12-13 anni, uniformati e con il fucile sulle spalle. Poi ho saputo che a pochi chilometri c’era un accampamento dove la guerriglia preparava bambini al combattimento. Dei due guerriglieri che mi fermarono lungo la strada per identificarmi, uno era molto giovane e gli chiesi l’età : mi disse che aveva 15 anni e che mi conosceva. Difatti era di una comunità che io avevo visitato più volte. E quando gli domandai perché si era messo nella guerriglia, mi rispose che era l’unico modo per sopravvivere. Al che gli risposi: “ma anche per rovinare la tua gioventù e tutta la tua vita. Pensaci bene!”. Ci lasciammo con un sorriso. |
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Quando prevale il buon senso |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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domenica 16 marzo 2008 |
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QUANDO PREVALE IL BUON SENSO
E' stata una settimana di forte tensione quella che abbiamo vissuto dal due all'otto di marzo scorso. C'erano tutti i presupposti per un confronto armato in questa regione del nord di Latinoamerica, anche se era impensabile una guerra fra Venezuela e Colombia, che si considerano popoli molto affini, o come dicono qui “repubbliche sorelle”. Già da qualche mese, come tutti sanno, le relazioni si erano deteriorate per i fatti già noti, ma la reazione di Hugo Chavez all'incursione dell'esercito colombiano in territorio equatoriano, per distruggere l'accampamento dove ha trovato la morte il numero due delle Farc, Raùl Reyes, non solo è stata immediata, ma anche oltremodo veemente, come se lui fosse stato l'offeso diretto. Nella sua consueta allocuzione domenicale “Alò Presidente”, dopo aver rivolto una fila di insulti contro Uribe, di sorpresa ha dato l'ordine ai suoi generali di inviare immediatamente dieci battaglioni alla frontiera con la Colombia, di ritirare il suo ambasciatore da Bogotà ed espellere quello colombiano da Caracas.
 Raul Reyes
Di fronte a questa reazione esagerata venezuelana, anche il governo dell'Equador, che in un primo momento si era mostrato prudente e aveva timidamente accettato il fatto, di per sè grave perché si è trattato di una vera invasione territoriale, reagì con forza e intransigenza rompendo le relazioni diplomatiche con Colombia. I paesi “amici” di Hugo Chavez (Cuba, Nicaragua, Cile, Argentina, Bolivia, Brasile) e altri paesi, fra cui l'Italia, condannarono l'invasione colombiana, mentre Colombia riconosceva l'errore, chiedeva scusa, ma nello stesso tempo cercava di giustificare in qualche modo il fatto. Frattanto apparivano documenti trovati nei computers di Raùl Reyes dove apparivano chiaramente le connessioni di Hugo Chavez e del presidente Rafael Correa dell'Equador con le Farc. Tutto questo logicamente stava peggiorando la situazione. Colombia prendeva la decisione di accusare il Presidente venezuelano alla Corte Internazionale dell'Aja.
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Le debolezze di un giorno indimenticabile |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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sabato 16 febbraio 2008 |
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Le debolezze di un giorno indimenticabile
Il passato 4 di febbraio, Colombia ha vissuto un giorno veramente straordinario, indimenticabile, mai visto e impensabile fino ad ora: una grande marcia che ha visto la partecipazione di milioni di persone (un milione solo a Bogotà) contro il sequestro e in particolare controle FARC. Non solo nelle grandi città, ma anche nei paesini più sperduti, anche là dove la guerriglia ha il suo quartier generale e da sempre ha dimostrato il suo potere, la gente è uscita in massa a protestare e gridare a squrciagola: “NO MAS FARC” (Non più le Farc); “NO MAS SECUESTROS” (Non più sequestri).
 La grande manifestazione a Bogotà del 4 febbraio
 Gli organizzatori della marcia
Certamente questa impressionante manifestazione, che non solo si è svolta qui in Colombia, ma grazie ai colombiani sparsi nei cinque Continenti, ha coinvolto altre 150 città nel mondo, fra cui Roma, in un grande gesto di solidarietà, è stata una straordinaria vittoria della gente, del popolo, che finalmente, vincendo la paura, ha potuto dire a voce alta quello che molti pensavano o si dicevano a bassa voce tra amici, guardandosi bene attorno che non ci fosse nessuno ad ascoltare. Contemporaneamente alle manifestazioni pubbliche per le strade, in molte chiese si celebravano riti speciali per chiedere al Signore la liberazione dei sequestrati e la pace per Colombia. Tra questi i famigliari dei sequestrati, che invece di partecipare alla marcia, hanno preferito riunirsi in una Chiesa sìmbolo di Bogotà, il Voto Nazionale.
Ricordo qualche anno fa, quando alla televisione presentarono una multitudinaria manifestazione contro la ETA di Spagna, i giornalisti commentavano: “Quando potremo vedere una cosa simile qui in Colombia?”. Quel momento è arrivato. Le immagini, come quella di Ingrid Betancurt, e di altri sequestrati incatenati o dietro un filo spinato, hanno commosso tutti e sono state la molla che ha scatenato una rabbia, repressa per tanti anni, più di 50, e hanno svegliato nel cuore della gente una spontanea e genuina reazione di netto rifiuto della violenza che da tanto tempo vive il paese, senza che mai si riesca o si voglia trovare una soluzione. |
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Una telenovela senza fine |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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martedì 08 gennaio 2008 |
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UNA TELENOVELA SENZA FINE
Ho voluto intitolare così quest’articolo perché quello che si sta vivendo in questi giorni in Colombia può essere proprio materia di una di quelle telenovele dalle mille puntate, che non finiscono mai e ogni volta si aggiunge un capitolo impensabile che complica la trama. Mi riferisco alla liberazione di tre sequestrati promessa dalle FARC a metà dicembre. Dopo il grave incidente tra Colombia e Venezuela, che ha portato al “congelamento” delle relazioni diplomatiche fra i due paesi e di cui ho parlato nell’articolo precedente, le FARC hanno annunciato che avrebbero liberato due donne e un bambino, di nome Emanuele, figlio di una di queste, nato in cautiverio dalla relazione con un guerrigliero. La mamma é niente meno che Clara Rojas, candidata alla vice presidenza con Ingrid Betancourt, entrambe sequestrate nel 2002 in piena campagna elettorale.

Dopo lo “sgarbo” che il presidente Uribe avrebbe fatto al collega venezuelano, togliendogli ogni facoltà di mediazione, le FARC unilateralmente annunciarono la liberazione dei tre come omaggio e “riparazione” a Hugo Chavez, manifestando l’intenzione che sarebbero stati consegnati solo al presidente del Venezuela e in territorio venezuelano. Il governo colombiano, nonostante i precedenti, accettò la proposta della guerriglia. Con l’avvallo quindi del governo colombiano, Chavez montòun fantasioso piano per il riscatto dei tre sequestrati, forse pensando a una personale rivincita per quello che era passato anteriormente. Lo chiamò “Piano Emanuele”, dal nome del bambino.
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Una nuova frustazione |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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giovedì 06 dicembre 2007 |
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UNA NUOVA FRUSTRAZIONE
Non so se in Italia è arrivata qualche notizia di quanto abbiamo vissuto qui in Colombia in quest’ultimo mese, circa la possibilità di incontrare un cammino per la liberazione delle persone sequestrate dalla guerriglia, tra le quali la ormai famosa Ingrid Betancur, ex candidata presidenziale, sequestrata mentre era in piena campagna elettorale nel marzo 2002. Durante questi anni sono stati molti i tentativi per raggiungere questo scopo, fra cui, alcuni mesi fa, la liberazione da parte del governo di un prestigioso comandante e 150 guerriglieri che si trovavano in carcere, con la speranza che anche la FARC facesse un gesto di buona volontà. Ma tutti questi tentativi si sono conclusi con un nulla di fatto.

Il Presidente della Colombia Alvaro Uribe
Circa due mesi fa c'è stato un nuovo tentativo. Questa volta si è offerto come mediatore, il presidente di Venezuela, Hugo Chavez, che tra l’altro tiene fama di essere simpatizzante della guerriglia colombiana. Ciò nonostante il presidente Alvaro Uribe di Colombia gli ha dato il suo consenso. Anche se le notizie al rispetto erano molto scarse, si diceva che le cose stavano andando per buon camino. C’era stato un piccolo inconveniente all’ inizio di novembre, subito risolto in un incontro molto amichevolke fra i due presidenti. Anche se i due hanno visioni politiche molto diverse (Chavez, socialista, acèrrimo antiamericano; Uribe, di destra e molto amico di Bush), c´era stato sempre un rispetto reciproco e sembrava che fra i due ci fosse anche piena intesa. Ancora una volta si era accesa una speranza, non solo nel cuore dei sequestrati e dei loro parenti, ma di tutta Colombia, che cominciò a pensare che forse si era trovato il camino giusto, non solo per la liberazione dei sequestrati, ma anche per una possibile soluzione dell’ annoso conflitto armato colombiano.
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Gli Afroamericani |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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giovedì 18 ottobre 2007 |
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GLI AFROAMERICANI
Leggevo in questi giorni che a Fano si è celebrata la “settimana africana” con tanti eventi culturali e folkloristici per conoscere meglio e sensibilizzare la nostra gente sulla problematica di quel Continente. Leggendo questa notizia, che mi pare molto interessante, mi sono subito venuti in mente i quasi 2 milioni di negri che si trovano in Colombia e che per noi, Missionari della Consolata, sono una priorità nel nostro lavoro missionario. E vi spiego perché.
 Contadino afroamericano colombiano di Marialabaja
La cultura colombiana é il risultato di elementi eterogenei che si sono accumulati nelle varie fasi della sua storia. Tre sono gli elementi principali che confluiscono nella cultura di questo popolo, come in gran parte dei paesi latinoamericani, e ognuno ha lasciato conseguenze molto profonde e significative, che continuano a caratterizzare il modo di vivere e di essere di questa gente:
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La missione risponde |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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domenica 08 aprile 2007 |
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LA MISSIONE RISPONDE
Finora ho parlato sempre degli aspetti negativi che si vivono in Colombia, e non vorrei che ci si facesse un’idea troppo pessimista di questo nobile paese latinoamericano. L’ho fatto piuttosto per far capire meglio l’ambiente in cui noi Missionari siamo chiamati ad annunciare il Vangelo e come cerchiamo di rispondere a questa situazione di conflitto.
D’altra parte sarebbe disonesto pensare che tutto vada male: qui c´è anche gente molto buona, laboriosa, di una fede grande e che nonostante tutto continua a credere che é possibile cambiare questa società, grazie anche al lavoro paziente della chiesa e dei missionari.
“Campesino” ai piedi di una pianta di cacao prossimo alla raccolta
I missionari della Consolata sono arrivati in Colombia nel 1947,esattamente 60 anni fa, per assumere un ampio territorio che alloradipendeva dall’Arcidiocesi di Bogotá, peró completamente disattesopastoralmente, perché nessun sacerdote voleva andarci, per la sualontananza, per la sua posizione geografica, per il clima umidotorrido, per la malaria che vi imperversava e per la presenza dibanditi. Difatto i primi missionari hanno avuto una vita abbastanzacorta.
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Farc, coca y revolución |
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Articoli a cura di Padre Claudio Brualdi
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mercoledì 07 marzo 2007 |
Manuel Marulanda con il Presidente Andrés Pastranaal Tempo della desmobilitazione.
FARC, COCA Y REVOLUCION La deriva della guerriglia colombiana, sopravvissuta alla storia por MARIE DELCAS (Copyright Le Monde) LA STAMPA 21/2/2007
L’ultima volta che Manuel Marulanda ha visto la città era il 1963. Da allora non ha mai più abbandonato gli stivali di caucciù e il fucile. A 76 anni dirige ancora le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), l’ultima grande formazione di guerriglia d’estrema sinistra in Sud America, impermeabile ai mutamenti epocali e alle pressioni dell’opinione pubblica internazionale. I suoi uomini tengono in ostaggio decine (centinaia) di persone, fra cui la franco-colombiana Ingrid Betancourt, rapita giusto 5 anni fa, il 23 febbraio 2002.
Benché affondino le loro radici nella miseria del mondo rurale, le Farc sono infinitamente ricche grazie al commercio della droga. Il presidente Alvaro Uribe, di destra, a cui hanno ucciso il padre, ha giurato di eliminarle. In effetti, la lotta contro i «narcoterroristi» ha registrato successi incontestabili ma i grandi capi e gli ostaggi restano introvabili.
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